Dal 2009, le scarpe rosse sono diventate il simbolo della violenza sulle donne. A quell’anno risale infatti “Zapatos rojos”, la nota installazione dell’artista messicana Elina Chauvet.

L’opera nasce dalla donazione di 33 paia di scarpe femminili tinte di rosso ed esposte in una delle piazze di Ciudad Juarez, città in quegli anni particolarmente colpita da un’ondata di femminicidi. 

La stessa Elina, nel 1992, affronta la drammatica perdita di sua sorella, uccisa dal marito appena ventenne. L’artista impiega diciassette lunghi anni per riuscire a dare voce al suo tormento e allo sconfortante senso di impotenza che si prova dinanzi a una simile tragedia.

No, non si può più restare in silenzio. Così il grido di disperazione di Elina Chauvet si trasforma in una forma d’arte: “Zapatos rojos” racconta il suo dolore personale e lo converte in un dolore universale, quello provato per tutte le donne vittime della violenza di genere. 

Delle loro vite spezzate restano loro, le scarpe rosse. Un’immagine potente, che evoca un forte senso di vuoto: non c’è più nessuna donna a indossare queste calzature tinte con il colore del sangue; quello versato dopo aver subito chissà quali soprusi e angherie. Rosso, come il colore della passione; quella che troppo spesso sovrasta al punto da far perdere il controllo, fino a lasciarsi dominare da una follia devastante. 

Così, restano soltanto loro, le scarpe rosse. Piccole, grandi… di tutte le misure. Pantofole, mocassini, sneakers, stivaletti, decolleté… di tutti i tipi e di tutti modelli, dai più retrò a quelli all’ultima moda.

Perché la violenza colpisce donne di ogni età: giovani, adulte, anziane, ma anche bambine… E le colpisce nei contesti più svariati: dalle mura di casa ai night club; dal posto di lavoro al parco comunale. 

A parlarci di loro, che non più qui, restano tante scarpe rosse. Tanti zapatos rojos, muti oggetti inanimati che si animano per dare voce a chi non c’è più, a chi è andata via troppo presto, travolta da un’insensata furia omicida. 

Tante, troppe scarpe rosse destinate a non essere più indossate. Adagiate una accanto all’altra, narrano storie tristemente simili tra loro. Storie che non possiamo più lasciare accadere.  

M.C.