Ho iniziato a leggere “Diagenesi” di Carla Cristofoli un paio di settimane fa, nel quieto tepore delle mie serate invernali, con tanto di plaid, tisana fumante e borsa dell’acqua calda. 

Mi ha tenuto compagnia per tutta la seconda metà di un lungo mese di gennaio, fitto di impegni e di scadenze lavorative. Poi, la sera, quando tutto si placava e potevo concedermi un momento di evasione con la lettura, a intrattenermi ci ha pensato lei: Prisca Rizzi, silente protagonista di “Diagenesi”. 

Non ci si può non affezionare a questo personaggio così profondamente umano, con tutte le sue fragilità, le paure e le insicurezze; ma anche con un sottile senso di rivalsa e con quella ostinata fierezza di chi non intende tradire la sua indole per non essere sopraffatta dagli eventi. 

Arrivata alla soglia dei quarant’anni, Prisca si ritrova ad affrontare la perdita del padre in un momento per lei già complesso, segnato dalla sua riluttanza ad avere un figlio e dalla conseguente separazione dal marito, Amir.

Questi due eventi sconvolgono la vita della donna, che deve già fare i conti con l’obesità e le tante insicurezze emotive che costellano la sua esistenza sin dall’infanzia.

Si rifugia così nella zona comfort della sua professione di traduttrice, svelata anche dalle frequenti indicazioni etimologiche e dalle accurate descrizioni di parole offerte dalla narrazione: “Difficile non lasciarsi sedurre da questa splendida parola composta, con quel bellissimo dia-, prefisso elegante e autorevole in quel suo piglio scientifico: indica separazione, diversità, allontanamento, unito poi a quel -genesi crea un sorprendente e inatteso contrasto tra vita e distacco.”  

Trascorrono quattro lunghi e difficili anni e la singolare protagonista di questo romanzo matura la decisione di lasciare Parigi, dove si era trasferita da tempo, per far ritorno nella natia Sardegna, alla ricerca di un più solido legame affettivo con la famiglia d’origine. 

E΄ un cammino tutto in salita, quello che Prisca è chiamata ad affrontare. Una strada tortuosa, che mette a nudo le sue vulnerabilità, ma al tempo stesso la induce a comprendere ciò che realmente brama e quanto, invece, non può più tollerare. 

Attraverso un linguaggio colto e raffinato, la narrazione scorre fluida per svelare man mano la più intima essenza di un personaggio complesso e ricco di sfaccettature, capace di emozionare e di sorprendere, sempre in bilico tra i suoi lirismi interiori e il desiderio di compiacere senza però rinnegare sé stessa.  

Pagina dopo pagina, Carla Cristofoli accompagna il lettore in questa storia, districandosi tra le sofisticate atmosfere parigine e la quiete ancestrale del paesino sardo in cui Prisca riscopre e riassapora le proprie radici. Ed è proprio partendo dalle sue origini che -con un finale del tutto inaspettato- potrà trovare il senso di ogni cosa…     

M.C. 

Carla Cristofoli nasce a Sestu, in provincia di Cagliari. Dopo un periodo di insegnamento in Veneto, dal 2008 vive e lavora a Parigi, dove ha creato un centro di formazione per l’insegnamento agli adulti dell’italiano professionale. Dal 2015 collabora con il magazine Altritaliani.net, per il quale pubblica recensioni su romanzi, raccolte di racconti e poesia a tematiche contemporanee. Tra il 2014 e il 2015 pubblica in ebook due racconti per bambini. Nel luglio 2016 vince il premio “Storie superbe”con il racconto “Cronaca del giorno dopo”. Nel 2016 vince il concorso regionale “Cartabianca” con il racconto “L’onda”. Nel 2021 ottiene in ex-aequo il primo posto al Premio Letterario Internazionale Canne al vento con il racconto “Strade infinite”.

Ho conosciuto Carla Cristofoli nella scorsa primavera. Eravamo entrambe a Torino per partecipare al Salone del libro, al SalTo 25,  lei con “Diagenesi”, io con “L’uomo con le ali di carta”, come rivela questa foto scattata subito dopo il nostro “bookcrossing”. 

Sono bastate poche battute e scambi di opinioni per entrare subito in sintonia. Carla è una persona schietta, genuina, di solidi principi. E la sua bella individualità pare rivivere in quel che scrive, nei lirismi descrittivi e nella raffinatezza stilistica: “Non si vedeva il mare, ma se ne sentiva la presenza lontana: ad annusare bene si poteva scorgerne l’odore salmastro che nell’aria serpeggiava, mischiandosi al fumo della foschia e della legna che ardeva nei camini, i cui comignoli puntavano al cielo come nasi curiosi. “(**)           

(*) Da “Diagenesi” pag.12  / (**) Da “Diagenesi” pag.10