Nel XVI secolo l’Italia vive un momento storico segnato da grandi turbamenti politici, sociali e religiosi.

Mentre altri stati europei consolidano il proprio prestigio, forti di un’unità governativa territoriale, il nostro paese resta frammentato in più entità regionali, arenato nell’assenza di una valida strategia comune o di un potere prevalente, che sia in grado di imporsi sugli altri per formare uno stato unitario.

L’Italia diventa dunque terra di conquista delle principali potenze dello scacchiere europeo, in un crescendo di tensioni interne, in parte già preannunciate negli ultimi anni del Quattrocento.

Anche in ambito religioso si respira un clima di crisi profonda. Nel 1517 il monaco tedesco Martin Lutero dà avvio alla Riforma Protestante affiggendo le sue 95 Tesi sulla porta della chiesa del castello di Wittemberg; con esse rende pubblica la condanna nei confronti della vendita delle indulgenze e dei malcostumi della Chiesa. Emerge, quindi, un’esigenza di rinnovo della fede cristiana, auspicata anche da altri movimenti riformatori, tutti duramente condannati dall’autorità ecclesiastica, intenta a consolidare il proprio ruolo di egemonia.

Eppure, in un periodo così tormentato  l’arte e la cultura rinascimentale italiana raggiungono una straordinaria pienezza espressiva, ponendosi come fondamentale punto di riferimento nello scenario europeo.

Questa apparente contraddizione si spiega proprio tenendo conto della divisione territoriale dell’Italia. L’illusione di fronteggiare la crisi del tempo ancorandosi come nei decenni precedenti a una politica di alleanze e di prestigi personali chiama in causa anche le ambizioni di un primato artistico e culturale: ogni centro gareggia con gli altri per richiamare intelettuali d’ogni sorta e per dotarsi di opere pittoriche e scultoree, come di piazze e palazzi monumentali.

In tale logica di fasti e ricorrenti committenze s’inserisce il mecenatismo della corte pontificia. Con il nuovo secolo i papi intraprendono un gran numero di iniziative artistiche finalizzate ad accrescere il prestigio politico e monumentale della città.

A Roma, inoltre, nuove scoperte archeologiche portano alla luce capolavori del passato greco-romano alimentando la passione per l’antico e il collezionismo di tesori dell’antiquariato.

Questo rinnovato gusto per l’erudizione classica, già vivo nel Quattrocento, si diffonde negli altri centri della Penisola, anch’essi animati da stimolanti impulsi culturali.

Nel Cinquecento, l’arte rinascimentale italiana è all’apice del suo sviluppo e raggiunge una piena maturazione.

Gli artisti si presentano come personalità poliedriche, che eccellono in più ambiti del sapere acquistando quell’auspicata dignità intellettuale, garante di un maggior riconoscimento sociale e ricercata già da diversi decenni.

Oltre al primato artistico l’Italia si distingue anche per una fiorente produzione letteraria: nel XVI secolo vengono pubblicate opere prestigiose come l’Orlando furioso di  Ludovico Ariosto, la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, il Principe di Niccolò Machiavelli e il Cortegiano di Baldassare Castiglione. Inoltre, nelle Vite de’ più eccellenti architetti, scultori e pittori  Giorgio Vasari, egli stesso artista oltre che storiografo, fornisce il percorso dell’arte italiana dal Trecento al Cinquecento, in un’ottica evolutiva che tocca il suo vertice nella maniera moderna, ovvero nel linguaggio cinquecentesco, caratterizzato da una maggiore naturalezza nelle forme e nei passaggi cromatici, da un più spiccato estro inventivo e da una singolare verve espressiva.

Bramante, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, Giorgione e Tiziano sono i grandi maestri di questa nuova fase del Rinascimento; con essi la cultura artistica italiana raggiunge i suoi frutti più maturi portando a pieno compimento le conquiste del Quattrocento.

Mariaelena Castellano

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