«Demetra dalle belle chiome, dea veneranda, io comincio a cantare…» 

Così recita Omero, tra il VII e il VI secolo a.C., inneggiando a Demetra, divinità greca preolimpica, figlia di Crono e Rea.

Demetra, “Madre Terra” o “Madre dispensatrice”, è la dea del grano e dell’agricoltura, la nutrice della terra verde, artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte.

In lei confluiscono anche gli aspetti della maternità: l’amore incondizionato, la generosità; l’abbondanza e la fecondità, della Terra, come della Vita.

I Romani riprendono il culto ellenico di Demetra e la identificano come Cerere, da cui deriva il nome dei cereali, uno dei preziosi doni elargiti da questa divinità agricola, venerata per propiziare i buoni raccolti e la fertilità dei terreni.

A lei vengono innalzati templi e monumenti e, sin dalle prime rappresentazioni, le è riservato un aspetto imponente e severo, se pur mitigato da una soave affabilità espressiva.

Si osservi, ad esempio, la colossale statua situata nell’androne d’ingresso del Museo “Georges Vallet” di Piano di Sorrento, alta più due metri e mezzo e raffigurante una donna maestosa, una “portatrice di peplo”, probabilmente identificabile proprio come Cerere.

L’opera, in marmo bianco, è emersa nel 1971 tra i resti di una delle ville marittime che costeggiavano i litorali sorrentini e risulta riferibile alla prima metà del I secolo d.C.

La sapiente modellazione dei volumi e l’accurata trattazione dei panneggi ne rivelano l’ispirazione alla corrente greca “post-fidiaca“, in riferimento al celebre scultore greco Fidia.

Cerere, avvolta da un peplo fittamente drappeggiato, si rivela in tutta la sua ieratica possanza e, se pur racchiusa in un compassato rigore, lascia cogliere anche l’idea di un potenziale movimento: il viso, dall’espressione severa e, al tempo stesso, benevola, appare propenso a voltarsi, mentre le flessuose membra, ben leggibili grazie all’abile lavorazione del marmo, paiono in procinto di avanzare un passo.

Il monumentale simulacro del Museo Vallet sembra volgere il suo sguardo fuori, verso l’ameno scorcio marino del golfo di Napoli; lì, dove Partenope, tramutata proprio da Cerere in sirena, andò a morire per divenire Neapolis, la nuova città greca.

La dea dei buoni raccolti si erge nella sua gran mole ad accogliere quanti approdano al Vallet e si volgono verso di lei ad ammirarne la sobria, imperturbabile, austerità, suggellata da quell’ineffabile aura malinconica che la contraddistingue.

M.C.

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