Ad Andrea Mantegna (1430 ca. – 1506) spetta il ruolo di divulgatore del linguaggio rinascimentale nelle regioni settentrionali d’Italia.

Nato a Isola di Cartùro, compie la sua formazione artistica nella vicina Padova, presso la rinomata bottega di Francesco Squarcione, da cui eredita la tendenza a un pathos austero nella resa degli stati d’animo, il gusto per le cornici sagomate e la predilezione per i motivi ornamentali arricchiti da festoni di fiori e frutta.

La città veneta si distingue in questi anni per una spiccata cultura umanistica votata all’antico, ben attestata dalla bottega dello Squarcione, egli stesso collezionista e antiquario.

Nel vivace ed erudito contesto padovano Mantegna riceve stimoli significativi per maturare la sua passione per l’arte classica, alimentata da raffinate evocazioni archeologiche.

Nella città veneta, inoltre, ha modo di ammirare l’opera di Donatello, da cui resta fortemente segnato, in particolare per la vigorosa saldezza plastica e per la sapiente padronanza prospettica, che ha cura di coniugare in originali invenzioni scenografiche.

I dipinti di Andrea sono caratterizzati da un potente contrasto chiaroscurale e da una linea incisiva dotata di gran forza espressiva. I personaggi assumono così una consistenza statuaria: i corpi, definiti da un contorno spigoloso, acquistano la durezza e la solidità delle architetture monumentali raffigurate negli sfondi, mentre ogni dettaglio è esaltato da un vivo interesse analitico di sapore fiammingo. Tuttavia, l’attenzione descrittiva non è mai fine a se stessa, come avviene in genere nella coeva pittura delle Fiandre, poiché ogni elemento concorre alla resa della tensione emotiva e dell’espressività.

Tra le prime opere del Mantegna vi è la tavola dell’Orazione nell’orto (1453-54 ca.), contraddistinta da un’originale ambientazione rocciosa e da un’abile regia compositiva.

Un’ampia piattaforma in pietra ospita il Cristo inginocchiato e intento a pregare nella notte della sua cattura, nel giardino dei Getsémani, nei pressi di Gerusalemme.

In primo piano i tre discepoli, calati in un sonno profondo, giacciono riversi sulla nuda terra. Appaiono pesanti come massi e nella loro consistenza materica sono tutt’uno con il paesaggio desertico.

Mantegna volge il Cristo di spalle per evidenziarne la solitudine e interpreta questo momento di tensione attraverso la scelta di una natura aspra e pietrificata.

Gesù, solo e angosciato, prega in attesa si compi il proprio destino. In alto, a sinistra, cinque putti reggono i simboli della passione, mentre in lontananza s’intravedono gli uomini armati guidati da Giuda.  Sullo sfondo la città santa, arricchita da monumenti di età romana, si erge imponente su questo scenario lapideo, dove tuttavia trova posto un piccolo arbusto d’ulivo, a ricordare il messaggio salvifico della divina resurrezione.

Tra il 1457 e il 1459 Mantegna dipinge l’elegante Pala di San Zeno per l’omonima Basilica di Verona. Qui il tema religioso della Sacra converazione è interpretato in modo innovativo: la Madonna si erge con solennità dal suo alto trono, attorniata da un nutrito gruppo di angeli e santi disposti con naturalezza in pose e atteggiamenti vivacemente diversificati.

La raffinata cornice in legno intagliato, dorato e azzurro, costituisce parte integrante dell’opera e si pone come completamento anteriore del loggiato dipinto in cui è ambientata la scena, conferendole così un singolare costrutto spaziale. Nonostante l’opera si presenti come un trittico, la narrazione si dispiega nella sua unitarietà con ampio respiro monumentale.

Nel 1460, ricevuti più inviti dal marchese Ludovico Gonzaga, Andrea Mantegna supera le iniziali riserve e si trasferisce a Mantova dove, salvo qualche breve spostamento, rimane per tutta la vita.

Gli anni mantovani trascorrono tra alterne vicende: da una parte l’artista riceve onori e fasti per i suoi capolavori, dall’altro avverte la tensione per le continue ed esigenti richieste dei Gonzaga.

Ed è per magnificare il casato dei suoi prestigiosi committenti che, tra il 1465 e il 1474, Mantegna affresca la Camera picta, a partire dal Seicento nota anche come  Camera degli Sposi, in riferimento al valore del matrimonio, celebrato come garante della continuità dinastica e della tradizione familiare.

La vasta sala, pressoché cubica, concepita sia come spazio privato della famiglia, sia come luogo di rappresentanza, si trova nel piano nobile del torrione nord-est del Castello di San Giorgio, adibito a residenza del marchese.

Le pitture simulano eleganti tendaggi damascati che rivestono le superfici murarie aprendosi come un sipario nelle due pareti contigue nord e ovest, per rivelare grandi scene sapientemente dilatate nella profondità di spazi aperti.

Nella parete nord, in un elegante portico classicheggiante, la corte dei Gonzaga presenzia al cospetto del marchese, nel momento in cui riceve la notizia dell’elezione cardinalizia del suo secodogenito. Nella parete ovest, invece, Ludovico incontra il figlio divenuto cardinale.

La narrazione si svolge in un tripudio di raffinate citazioni anticheggianti, con una gran ricchezza di particolari. Tuttavia, nonostante la dovizia descrittiva propria di chi racconta fatti contemporanei,  Mantegna investe queste vicende di una solenne aura storica, elevandole a una visione atemporale, sublimata da una ieratica concezione monumentale.

La dilatazione spaziale attuata dall’artista per mezzo della prospettiva costituisce un’importante novità nel panorama pittorico del Quattrocento. Egli scandisce le superfici per mezzo di un’intelaiatura architettonica dipinta, per poi accordarla abilmente agli elementi strutturali  realmente presenti nell’ambiente. Questo gioco di raffinata finzione raggiunge il culmine nella copertura a volta. Essa è dominata da un suggestivo effetto di apertura, simulato nell’oculo centrale, da dove si affacciano putti arditamente scorciai e fanciulle ridenti.

L’occhio dell’osservatore sconfina così nell’azzurro intenso di un cielo nitido e sormontato da candide nuvole. L’idea del rapporto di reciproca interazione tra chiuso e aperto raggiunge qui una realizzazione così sicura e perentoria, che non mancherà d’ispirare le scelte decorative dei decenni successivi.

In queste estrose soluzioni scenografiche si misura l’eredità artistica del Mantegna: geniale innovatore in senso umanistico e rinascimentale dell’arte nell’Italia settentrionale, egli propone con spiccata originalità interpretativa una cultura artistica impregnata di eruditi spunti letterari e archeologici, potenziati da una solida conoscenza delle conquiste fiorentine del primo Quattrocento.

Mariaelena Castellano

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