Avete presente quelle giornate estive afose, in cui le energie sono sotto zero e non si ha voglia di far nulla? Ecco, l’altro ieri il termometro sfiorava i 40° all’ombra e bastava alzarsi dal divano per grondare sudore da tutti i pori. 

I miei figli erano fuori zona con il padre, quindi sarebbe stata la giornata ideale per celebrare il lato pigro che è in me: divano, aria condizionata, libri, riviste e serie TV in quantità. Con tanto di bibite e gelati rinfrescanti. 

E invece no. Perché la sottoscritta aveva deciso di non cadere nei sensi di colpa tipici di chi  asseconda quella soave tentazione del dolce-far-niente e si era messa in testa di dipingere la banale quotidianità di un giorno qualunque con i colori sgargianti  di un’esperienza più avventurosa. Insomma, con qualcosa da raccontare. Il rafting notturno, per esempio.

Così, eccomi alle prese con la preparazione di un borsone dove infilo pigiama, beauty e ricambi vari. E via, si parte. Destinazione: fiume Tanagro. 

E siccome le follie si fanno sempre in compagnia, coinvolgo Maria e Rino, i miei due amici “Senza pensieri”, come recita il nome del nostro gruppo whatsapp, che a volte giace silenzioso per intere settimane, altre si riempie di messaggi con iniziative, inviti e programmi d’ogni sorta. Proprio come in quest’occasione. 

“Sì, mi piace l’idea del rafting notturno! Sarà di sicuro una bella esperienza” ha esultato Rino, che è sempre componente, persino di fronte a questa mia proposta dell’ultim’ora.

Maria, poi, è sempre pronta a partire, ovunque si vada: “Sì, sì, andiamo”, dice ogni volta, anche se magari non ha nemmeno ascoltato bene di cosa si tratti. 

E dunque immaginatemi sotto casa, in tenuta sportiva, con il mio bel borsone, nella controra, ad aspettare i miei compagni d’avventura. Ero l’unica in strada. L’asfalto si stava liquefacendo al sole ed io con lui. Per fortuna, dopo pochi minuti ho intravisto l’auto di Rino e mi ci sono fiondata in men che non si dica, alla disperata ricerca del refrigerio dell’aria condizionata. Ecco, in quel momento mi stavo quasi pentendo per essermi lanciata in questa spedizione anziché  assecondare il lato pigro che è in me… Ma ormai era fatta. Ci eravamo aggregati a un gruppo di amici che organizzano periodicamente eventi sportivi, escursioni e varie altre iniziative e, dopo un’oretta, siamo arrivati al punto di ritrovo, ovvero una specie di campeggio circondato da stradine sterrate, casupole e staccionate. Da lì un pulmino ci ha poi portati su una delle sponde del Tanagro, ma non prima di esserci cambiati con tanto di attrezzatura ad hoc fornita dall’associazione: mute, giacche impermeabili, caschi e giubbotti di salvataggio. Ed io, solita sprovveduta, che credevo dovessimo equipaggiarci da noi e avevo portato con me di tutto di più… 

Finalmente, eccoci pronti. Ci siamo disposti in tre gommoni e, contrariamente a quanto pensassi, dovevamo remare, o meglio “pagaiare”, anche noi, i tre nuovi arrivati della combriccola.

Rino, però, faceva il furbo e, con la scusa di ammirare il fascinoso paesaggio notturno, si trastullava a guardar la luna senza adoperarsi più di tanto. Io e Maria, invece, seguivamo le istruzioni del nostro skipper e c’era da sudare un bel po’. 

Diciamo che come prima esperienza sarebbe stato preferibile avventurarci di giorno, con una visibilità decisamente migliore, ma lo spettacolo di valicare un fiume di notte ne è valsa la pena. 

C’era la luna piena e i suoi bagliori indoravano le acque del rivo, per poi infiltrarsi nella fitta oscurità della vegetazione. E poi c’erano i suoni della natura che squarciavano il silenzio della notte: il bubolare dei gufi, il rantolio dei barbagianni, il frinire dei grilli… Ogni verso si amalgamava agli altri in un canto armonico e senza tempo. Così, mentre remavo, assaporavo questa quiete ancestrale e riflettevo tra me e me di aver fatto proprio bene a non assecondare la mia conclamata tendenza a poltrire per imbarcarmi in questa bella escursione. Ma nemmeno il tempo di fare questo pensiero, che mi ritrovo zuppa di acqua, grazie alle schizzate impartite dai rematori degli altri due gommoni, che si erano minacciosamente avvicinati.

 “E’ una nostra tradizione, così ci divertiamo di più!” ci spiega Giovanni, lo skipper.

Poi, di fronte alle nostre facce perplesse -e bagnate fradicie- aggiunge: “Certo, di notte non è bello come di giorno…”

E mentre ci riprendevamo dalle spruzzate, eccoci ormai giunti al tratto conclusivo, con tanto di temibili direttive finali: “E´ il tratto più ripido, finora è stato tutto tranquillo, ma qui dovete fare attenzione, mi raccomando. Seguite le mie istruzioni, su, pagaiate, pagaiate, veloci, dai!”.

E noi pagaiavamo. eccome se non pagaiavamo. Io e Maria avevamo quasi il fiatone. Rino, però, era ancora perso nella sua contemplazione lunare e non credo abbia afferrato gli avvertimenti di Giovanni. Infatti, di lì a poco, ecco il colpo di scena: “Uomo in fiume! Uomo in fiume!”. Ebbene sì, Rino era finito in acqua. Da che era seduto placidamente sul bordo del gommone a indicare il cielo e i riflessi argentei della Luna… Puf! Non lo abbiamo visto più. Sparito. Inghiottito dalle ripide del fiume, mentre il gommone continuava la sua impervia discesa, tra gli echi dei ripetuti “Uomo in fiume!”.

E niente, mentre tutti erano sul chi va là per recuperare il nostro amico, io e Maria cosa facevamo? Ce la ridevamo a più non posso. Premetto che quando accadono queste situazioni comiche in cui però è sconveniente mostrare giubilo, a me viene da ridere ancora di più. E, a quanto pare, anche a Maria. Così, durante tutta la fase di soccorso, abbiamo tentato invano di non cedere al riso. Mi chiedo ancora cosa abbiano pensato gli altri della nostra incontrollabile ilarità. A un certo punto, Maria si è fatta seria e mi ha bisbigliato: “Ma non l’hanno trovato ancora… Mica si sarà fatto male?”. Quindi, ho cercato di essere seria anche io e, per fortuna, dopo pochi minuti il nostro amico è stato tratto in salvo: lo abbiamo visto inzuppato fradicio, seduto su uno scoglio con le mani giunte a mo’ di preghiera. E noi, ovviamente, ce la ridevamo, perché vi assicuro che la scena era davvero comica. 

Siamo così rientrati in base, dove ci attendeva una bella grigliata rifocillante. Il protagonista assoluto della serata, ovviamente, era lui: l’uomo in fiume! 

La nostra giornata avventurosa pareva volgere dunque al termine, ma il bello doveva ancora venire. Non c’erano sufficienti tende disponibili per la sistemazione notturna da campeggio, così noi tre siamo capitati (o meglio, malcapitati) a dormire in una roulotte. Stesi per terra su una stuoia. Altro che sonno rifocillante dopo la pagaiata… Nessun dorma. E anche qui, ecco arrivare il rimpianto per non aver assecondato il lato pigro che è in me. 

L’indomani mattina, però, salutata la combriccola del rafting, nel navigatore anziché impostare destinazione casa, abbiamo inserito come meta Contursi Terme, per concludere in un bel centro benessere la nostra avventurosa gita fuori porta.   

Tuttavia, l’imprevisto non ha tardato ad arrivare. La struttura era accogliente e decorosa, il personale era cortese, ma a disturbare il nostro miraggio di relax ecco tante, ma tante… mosche. Tante fastidiosissime mosche. E quindi nonostante le saune, le acque sulfuree, gli olii essenziali e i lettini super comodi, i continui ronzii di questi malefici insetti hanno segnato la degna conclusione del nostro rocambolesco week end. 

Il bel finale, in compenso, è arrivato con il rientro a casa: mi sono spaparanzata sul divano, con tanto di serie TV, aria condizionata, rustici, pizzette e birra. E relax sia! Stavolta, senza sensi di colpa: dopo tutto il tran tran delle ultime 24 ore, mi sarò pur meritata il lusso di una serata super pigra, no?

M.C.